Il disabile è vivo
19 marzo 2012 | Di: Chiara Cudini | In: Politica
“Il disabile è vivo”. Così Marisol Calligaro, quarantenne disabile di Buja, ha introdotto il convegno intitolato “L’emozione opaca: l’intimità”, che aveva lo scopo di fornire un contributo di analisi nell’approccio al tema della dimensione intima e affettiva della persona disabile. Fra il pubblico ha stupito la presenza di numerose facce giovani, studenti interessati a vario titolo dalle tematiche trattate. Giovane anche il presentatore, Giacomo Ferrara (21 anni), definito “le mie gambe”, per evidenziarne l’impegno speso nell’organizzazione, dalla stessa Calligaro, che è stata l’ideatrice del convegno, frutto di un lungo lavoro di preparazione. Importante sottolineare che l’evento è stato fortemente voluto da un partito politico, l’Udc, ed è questo un segnale (forse il primo in Italia) che il tema inizia ad essere sentito anche a livello istituzionale. È inoltre un segno che indica la direzione positiva intrapresa dalla nuova vicesegreteria del partito, che porta i nomi di Fabrizio Anzolini e Antonio Dalla Mora, impegnati a promuovere una politica che parli meno di tessere e più dei problemi concreti che le persone, le famiglie e la società sentono vicini.
A prendere per prima la parola è stata una mamma, la signora Bruna, che ha in breve raccontato quali siano state le difficoltà nel (veder) crescere il proprio figlio, portatore di disabilità, che a dieci anni ha scoperto l’universo femminile e se ne è innamorato.
Si è partiti dalla realtà, dunque. Tre relatori, tra dottori e professori dal curriculum di tutto rispetto, hanno esposto il frutto della propria esperienza e dei propri studi: Anna Gardin, Serafino Corti e Carlo Pascoletti, docenti di spessore e persone profondamente umane. Sin dal primo intervento, gli ospiti hanno invitato a riflettere sul concetto di Persona. “Ogni individuo è unico e irripetibile” e i disabili non devono essere visti come portatori di patologie ma come persone e, in questo senso, non è possibile omologarli in un’unica categoria perché loro, come tutti, conservano la propria specificità e sono diversi l’uno dall’altro. Qual è dunque il fattore che caratterizza la disabilità? “Tutti noi possiamo avere dei momenti in cui viviamo delle difficoltà, una situazione in cui non abbiamo abilità da spendere e per questo motivo soffriamo”. Non è sbagliato dire che si è tutti diversamente abili in qualcosa. I disabili cognitivi (disabilità diversa da quella esclusivamente fisica), in particolare, non sono altro che l’espressione di “un modo diverso di essere intelligente”. La disabilità, dunque, non è qualcosa di lontano, ma coinvolge tutti gli individui.
Gli esperti hanno inoltre sottolineato l’erroneità della diffusa convinzione secondo cui il disabile rimane sempre bambino: “Si diventa adulti ugualmente, indipendentemente dal Q.I.”. Infatti, anche se spesso le persone, a partire dalla famiglia stessa, negano e rifiutano questo fatto, il disabile, in quanto persona, attraversa tutte le fasi della vita, compresi i cambiamenti e le scoperte che l’adolescenza porta con sé, fino ad arrivare ad una fase adulta, che comprende la ricerca e la definizione di una propria sessualità. Sebbene per ogni uomo (comprese le persone disabili) questa sia un istinto naturale legato alla sopravvivenza, la sua gestione richiede un’educazione.
In quest’ottica di specificità del singolo, quando dunque una persona riesce ad esprimere veramente se stessa, il proprio personalismo? Quando è felice. L’obiettivo delle famiglie che accolgono il soggetto disabile, e quello delle persone che con loro lavorano, è proprio la ricerca della risposta alla domanda che i genitori si pongono: “Mio figlio sarà felice?” e se sì, come?
È necessario puntare sull’alleanza formativa tra genitori, educatori, volontari e operatori del settore e, insieme, capire come agire. “Un intervento è efficace (nel senso che migliora la qualità della vita), se si chiede alla persona cosa vuole”: è importante valutare ed identificare i bisogni, le capacità, i desideri, le aspettative, le preferenze del singolo e partire da queste, sviluppandole e lavorandoci insieme. Si tratta quindi di intervenire sulle tre A: Autonomia, Autodeterminazione, Affettività, al fine di non cadere nella trappola della cieca standardizzazione.
Significativa poi la presenza di due amici molto particolari: Carlo Zoratti ed Enea Gabino, figlio della signora Bruna. Carlo, promettente regista friulano, ha detto di sentirsi molto legato al suo amico, anche perché “mette continuamente in discussione il mio concetto di intelligenza, dicendo spesso delle cose che mi spiazzano”.
In conclusione, il convegno ha avuto il merito di provare a scuotere l’indifferenza della società e della politica nei confronti di quello che non può e non deve essere definito un problema. La questione che deve invece essere affrontata è quella della necessità di esplorare le risorse diverse, ma non per questo meno speciali, che una persona disabile ha da offrire, a partire dal suo mondo interiore, fatto di emozioni ricche e intense e del desiderio di incontrare l’altro, perché il disabile è vivo.
Chiara Cudini
